IL FONDATORE
DOCUMENTI
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- Testamento spirituale di Guido Amoretti
La dignità con cui mio padre si è avvicinato alla morte resterà per sempre nel mio cuore.
Per mio padre è stata, nonostante tutto, una morte serena, con il calore dei suoi cari e delle tantissime persone che lo stimavano e gli volevano bene. La sua semplicità, onestà, operosità, serietà, umanità sono un bagaglio enorme che ci lascia.
Non l’ho mai visto vantarsi una volta, ha amato la vita nel suo aspetto più profondo, cogliendo la poesia delle cose che studiava, sentendo il rispetto per chi era caduto per dei valori, senza faziosità.
Essere figlia di un “pezzo di storia” è un fardello per me pesante, perché temo di non essere in grado di proteggere la sua creatura, di assistere impotente allo stravolgimento dell’idea e dello spirito del suo progetto culturale ed umano.
Sino all’ultimo giorno ha seguito tutti i progetti in cantiere ed in particolare quelli per il cinquantenario della scoperta della scala e del Pastiss, che dovremo celebrare ormai senza la sua presenza. La mia recente presenza al suo fianco dava un braccio ad una mente ancora vivida in un corpo che lo stava abbandonando.
Per quello che lui è stato, per quello che lui è nei nostri cuori, per l’esempio di vita che ci ha dato e per il rispetto che ha saputo raccogliere, con la ricchezza più bella che non è quella del lusso e del denaro, ma quella dei valori e della cultura, per il rigore mescolato ad una enorme sensibilità e capacità di commuoversi e commuovere la gente, lascia un vuoto che non è incolmabile. La sua eredità sono valori che vanno oltre l’effimero, sono radici profonde che ha profuso a piene mani in tanti anni di impegno.
Anche con le persone con cui ha avuto scontri ha sempre teso una mano.
L’invecchiare gli ha permesso di mitigare le tipiche rigidità militari che lo avevano forgiato. La sofferenza vissuta non è mai stata sterile, ma ha sempre portato a svolte positive, proprio perché alla base c’era una grande umanità.
Il suo testamento morale è costituito da parole non vuote, ma radicate nello spirito e nella sua tempra di vecchio-giovane, in grado di spaziare in un tempo che va dal passato al futuro, spingendolo a commuoversi ogni volta che si avvicinava ad un bambino.
La figlia
Carla Amoretti
- Testo dell’allocuzione pronunciata ai funerali del Generale Guido Amoretti, il 17 luglio 2008 da Luciano Astegiano, Presidente dell’Associazione Amici del Museo Pietro Micca.
In questa triste circostanza, come presidente dell’Associazione Amici del Museo Pietro Micca, desidero innanzitutto porgere le condoglianze di tutta l’Associazione, del Consiglio Direttivo e mie personali alla famiglia ed in particolare al figlio Oreste, alla figlia Carla ed alla sorella Anna.
Vi assicuro che nel 2007, quando ho assunto la presidenza pro-tempore dell’Associazione non avrei mai creduto di dover essere proprio io a ricordare in questo momento di dolore e di lutto la figura del Generale Guido Amoretti, di colui cioè che ha voluto l’Associazione, il Museo e tutto ciò che gli gravita attorno; potremmo dire con parole confidenziali: il papà di tutti noi che operiamo in questo ambiente.
Tante parole sono già state spese in questi giorni per ricordarne la figura, tutto ciò che si deve sapere di lui è già stato detto o scritto da persone molto più autorevoli di me ed ancora molto si dirà nel futuro; il generale, infatti, non potrà mai essere dimenticato ed il suo nome entrerà a pieno titolo a far parte della storia della Città, sarà ricordato come uno dei più grandi storici e ricercatori dell’assedio e della battaglia di Torino del 1706, e non solo.
Desidero però provare a tratteggiarne brevemente un profilo diverso, più caratterizzato dalla sua umanità che non dai suoi innumerevoli riconoscimenti; permettetemi quindi di ricordare due momenti che continuamente mi sono tornati alla mente in questi giorni e che ritengo particolarmente significativi.
Il primo…… Mancherà a tutti noi il suo quotidiano apparire in Via Guicciardini a bordo della sua piccola macchina rossa, quando con un colpo di clacson ci segnalava la sua presenza. Ormai tutti sapevamo che a questo segnale bisognava uscire per aiutarlo a parcheggiare, a scaricare le sue carte e per accompagnarlo al piano di sotto nel suo piccolo ufficio, ricco di libri, di ricordi e di documenti, dove fin dalla creazione del Museo quotidianamente si metteva al lavoro senza risparmiarsi, anche nell’ultimo periodo, quando ormai le condizioni di salute gli impedivano di fare tutto ciò che la sua volontà e la sua tenacia l’avrebbero spinto a fare. Spesso si sedeva nella biglietteria del Museo e non disdegnava di scambiare qualche parola con i visitatori che volevano salutarlo e ringraziarlo di ciò che aveva fatto per la Città e per la sua storia e ciò accadeva soprattutto con i bambini delle scuole ed i loro accompagnatori, con i visitatori stranieri ai quali si rivolgeva sempre nelle loro lingue, ma più in generale con tutti.
Il secondo……… Nel settembre scorso ci trovavamo nella Chiesa del Corpus Domini, in occasione delle celebrazioni annuali della battaglia di Torino del 7 settembre 1706. La celebrazione eucaristica in suffragio dei caduti era finita, le persone uscivano dalla chiesa ed io ero al suo fianco, lo sorreggevo con il braccio perché la sua camminata incominciava ad essere difficoltosa. Qualche tempo prima c’erano stati dei problemi nella nostra Associazione e lui mi disse sottovoce in un orecchio: “Oggi ho fatto la comunione, quindi devo perdonare”. Ecco l’esempio che come uomo e come cristiano ci ha lasciato e che noi dobbiamo seguire perché sia contento e per poter proseguire la sua opera con la stessa dedizione e la stessa abnegazione.
Concludendo, permettetemi di rivolgermi per la prima e l’ultima volta al Generale dandogli del tu, non credo se ne avrà a male:
Guido, vai in pace! Sono sicuro che un giorno ci ritroveremo tutti insieme nella gloria di Dio!
- Ricordo del Generale scritto da Piergiuseppe Menietti Tesoriere dell’Associazione
Guido Amoretti era nato nel 1920 a Torino e aveva vissuto la fanciullezza in piazza Gran Madre di Dio. Dalla finestra di casa gli capitava spesso di vedere i reparti di bersaglieri che, lasciata la vicina caserma di via Asti, scendevano lungo via Villa della Regina inquadrati e al passo. Il bambino guardava con interesse quel procedere ordinato, che lasciò in lui un segno profondo: diventato un aitante giovanotto, decise di entrare nel Regio Esercito Italiano.
Una scelta coraggiosa, perché l’Italia era entrata nella seconda guerra mondiale. Il giovane sottotenente fu destinato al fronte greco ed ebbe una breve licenza per recarsi a Grado. Nella cittadina lo aspettava una maestra bionda, nativa di San Giorgio Canavese: Maria Teresa Guglielmino che proprio lì, a Grado, divenne la Signora Amoretti.
Guido continuò a combattere, superò la durissima detenzione nei lager tedeschi e solo alla fine del conflitto poté tornare nella sua Torino. Ebbe due figli: Oreste e Carla, destinati ad avere successo nel campo imprenditoriale e in quello didattico.
Più tardi la sua vita ebbe una svolta determinante. Nel 1956 iniziò a interessarsi delle gallerie sotterranee della ex Cittadella di Torino e, nel 1958, compì due importanti scoperte. Nel mese di marzo identificò le vestigia della casamatta cinquecentesca detta Pastiss e, nell'ottobre successivo, penetrò per primo nella scala di Pietro Micca, fatta esplodere dall'eroe di Sagliano nella notte tra il 29 ed il 30 agosto 1706.
Nel 1961 avvenne la fondazione del Museo Pietro Micca, Guido Amoretti lo avrebbe diretto con passione e abnegazione fino alla fine della sua lunga vita.
Uomo onesto e generoso, capace di grandi slanci affettivi, ma anche di reazioni ferme ed orgogliose, il Generale mancherà a tutti. Il suo ricordo, però, vivrà imperituro nelle sue scoperte, nel Museo che ha sempre difeso e sostenuto e nelle numerose pubblicazioni da lui redatte.
Guido Amoretti era noto per la sua memoria di ferro: non ci dimenticherà e, sicuramente, noi non dimenticheremo lui





